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2013-03-28 - In genere ad influenzare i cambi sono sempre state più le scelte di politica monetaria delle banche centrali che l’andamento delle economie, sembrerebbe invece che al momento il sentiment del mercato sia più influenzato dall’andamento economico che dalle politiche monetarie. Non si spiegherebbe infatti l’attuale forza del dollaro che, in base alle teorie classiche, contrasterebbe con le politiche monetarie adottate dalla FED. Da diversi mesi la FED, in applicazione del terzo intervento di stimolo economico adottato dalla crisi dei subprime, interviene sul mercato acquistando ( ogni mese ) 80 miliardi di titoli di stato USA. I maligni avevano inizialmente suggerito fosse un mero intervento di supporto alla campagna presidenziale di Obama, ma al momento l’intervento prosegue e non è stata fissata data di scadenza. In pratica gli USA, come faceva notare ieri su Bloomberg uno specialista di titoli obbligazionari, emettono titoli di stato per 110 miliardi ogni mese e la FED ne acquista per 80 miliardi. Questo provoca una rarefazione di titoli di stato USA sul mercato, facendone lievitare il costo e conseguentemente abbassandone il rendimento, cioè il costo per il bilancio federale, o lo spead, come si direbbe in Europa. La creazione di denaro da parte della FED che immette liquidità nell’economia per 80 miliardi al mese, sempre secondo le teorie economiche classiche, dovrebbe creare inflazione e indebolire il dollaro. Niente di tutto questo sta avvenendo. La sensazione è che la liquidità immessa serva a sostituire la diminuzione del credito bancario sul mercato; con la differenza che il credito non è creazione di moneta ma ha un costo per il debitore, mentre la moneta creata o “stampata” per semplificare, non costa. Per di più gli USA spingendo al di sotto del tasso di inflazione il tasso di interesse dei loro titoli di Stato, in praticano bruciano debito pubblico. Sta di fatto che il dollaro, malgrado la politica espansiva della FED, si è rafforzato significativamente dalla fine di gennaio ed il cambio euro-dollaro si è progressivamente abbassato da 1.365 a 1,275. Anche la sterlina si è rafforzata sull’euro malgrado la Banca d’Inghilterra stia adottando analoghe politiche di “quatitative easing” fin dal 2009. Sicuramente di fronte a tanto attivismo sul fronte monetario stride la situazione dell’area euro nella quale le esigenze delle singole economie non sono più supportate dalle singole banche centrali ma sono demandate alla BCE. Questa frammentazione tra i luoghi decisionali deputati alle decisioni di politica monetaria e le forze politiche dei singoli paesi, chiamate a rispondere dai singoli elettorati, agli interessi del loro paese, potrebbe creare nel prossimo futuro ulteriore instabilità. Tutto questo ovviamente si ripercuote negativamente sulle quotazioni dell’euro, malgrado le politiche maggiormente “ortodosse” adottata dalla BCE rispetto alla FED.


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